non guarda

la luna non guarda le maree che solleva

né il vento gli alberi che divelta

la pioggia ignora le alluvioni

i campi i veleni che trasudano

nei pori degli innocenti

tra le nuove vite segnate dall’intrigo

e le gonadi sgomente in balia di fumi tossici

la terra non guarda i figli che affama

la terra non guarda i figli che avvelena

mentre le stelle seducono gli innamorati

il preteso prestigio si veste di gloria

i cortigiani hanno la lingua contratta

a volte le tasche troppo vuote

ma la nuova ignavia è a lungo termine

si nutre di canoni e di tempi

dichiarano preventivamente

la disposizione naturale o indotta

verso i signori delle borse

che dai loro palazzi elargiscono o affamano

tutti aspettano le monetine

la coscienza addomesticata

la mettono in quarantena

in attesa di antidoti efficaci

sul cuscino della verità levigata

delle spine pungenti tuttavia

sanguinarie nel sonno

i traditori si ergono e agitano

propagande dei loro sotterfugi

la piazza senza sentinelle diventa

luogo di spaccio si spaccia di tutto

segreti inconfessabili e scomposte

risonanze carpite nelle alcove

piume di oltraggio sottotraccia

tra un guanciale e una ritirata 

gli amici si pongono ai lati dei palchi

applaudono il guitto sperando

di essere dal lato giusto delle prospettive

chiedono una parte retribuita del colossal

con tante comparse prive di battute

la guardia sedotta dal ladro

si rimangia il giuramento

e tutti spergiurano alta la testa

l’inganno si veste di verità

con tristezza anche di autorità

giocando di astuzia scacchistica

un pezzo bianco arretra un altro lo supera

entrambi consentono l’attacco al re nero sulla linea

il bel pensante si ripara dalle possibili granate

con una nuova prestigiosa signoria

che si assesta coricandosi sui nuovi allori

ora ti trafiggono additandoti di inefficienza

i ferventi osservanti di ipocrisie

i fautori di inchini devoti

i nuovi maestri di falchi pellegrini

che addestrano a volare basso

distruggendo il fuoco immortale del mito

mentre i dissenzienti deportati in campi rieducativi

esposti alle intenzioni diventate seriali

delle peggiori inettitudini immorali

le stelle seducono sempre gli innamorati

le luci si smorzano alla memoria 

vivono nel respiro contratto che avvolge l’attimo

che culla le ninna nanna ai pianeti 

vivono nel limbo del desiderio senza foschia.

una richiesta di amicizia

preferisce non chiamare per una richiesta di amicizia

raffinati intrecci di poteri logori vecchi e polverosi

ulteriori e stantii tentativi di agganciare

la fiducia che si affida che non dubita che non mente

qualcuno ha perso inesorabilmente

non posso conoscere la mia o la vostra sorte

conosco solo quello che vissi un ricovero

dopo un buio di mesi trasformato in un inferno

per stanarci per sapere dove avevamo un giaciglio

per blandirci per continuare per non fermarsi

ve ne dovete andare a Natale–   

un ordine senza onore dall’alto di nuovo

di mercenari del potere del soldo

lontani dai nostri salotti ricchi veramente ricchi

di ricordi idee effervescenze arte

l’atmosfera respirata frizzante caparbia

insieme spudorata irriverente a volte

c’era da consegnarla alla storia

ma può generare invidia tradimenti

desideri di distruggerla appropriarsene

mi ricordo che ti devo restituire una trapunta

una copertina che mi hai prestato

per il freddo di dove andavamo.

da “una stagione all’inferno” di Arthur Rimbaud

“Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti faccian brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria.  Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno.  Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano  i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare –per primi!- Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.”

a Franca Rame

alla fine Franca aveva dovuto

mostrare plasticamente il dolore

sulla scena la sua voce franta

il suo coraggio esposto esibito 

il dolore che lacera che in ultimo

esige di uscire allo scoperto

un lungo monologo

dove la ferita personale diventava un urlo

la denuncia di quella ferita sociale

che colpisce tutte le vittime

un urlo che rivive la violenza

quando la negazione l’aberrazione

non possono essere espresse

in nome del popolo italiano

semplicemente “secondo noi

allora le parole diventano

stupro collettivo stupro accademico

chi parla ha gli strumenti di valutazione

deve conoscere antropologicamente il dolore

deve conoscere le categorie del giusto delle leggi

che consentono obbligano avvertire doveri

di non essere irridente nella assurdità

di declinare il male riportandolo a categorie

in selezioni storiche tacendo

che gli stupri sono le prime offese

recate alla integrità di una comunità

bambini o fanciulli o donne

belle o brutte o vecchie o adolescenti o adulte

sia in pace che in guerra

una sentenza può diventare una confessione

di negligenza di ordinariato da cortile

da combattere nelle pericolose derive

una soggettività che affida

il suo destino a una denuncia

è una molteplicità che aspetta risposte.

viva la f…

va in scena il pruriginoso

come farsi ascoltare

quando nelle aule di un tribunale

la tua posizione viene offesa,

derise le tue ragioni

 c’è quel reato ma è stato depenalizzato,

c’è quel vecchietto ieratico

ma non deve parlare

serve serve per insinuare 

se parla non conosce i tempi televisivi

la sua spiegazione pacata è interrotta

è isolata come lo hanno isolato esiliato .

la tv macina le ragioni

qualcuno deve averle detto di un salotto

dove piangono le dive

non di uno studio televisivo impietoso  

importante è fare spettacolo

due ore a trattenere un pubblico

che crede si parli di fatti umani

o abusi di posizione

ma ne è solo la farsa

l’aberrazione delle menti

la trigonometria immorale

con calcoli di valori

elementi vomitati ammiccati

la lettura continua del messaggio

la f… con fiorellini di sospensione

serve a sottolineare sintomi di scopofilia

la ragazza reagisce

non è passiva come vuole far credere

ci vedrei una aggressività

dalla quale difendersi

qualcuno si è dovuto difendere

-e sì siamo uomini- 

 -a volte una doccia fredda e tutto scivola via- 

la prova  la prova c’è  o non c’è

ci sarebbe ma non si sa dove sia finita

è stata consegnata forse agli atti

bisogna che si recuperi

-la f… la f… è stata mostrata?-

-la f… è stata leccata?

-il c… il c… è stato palpato?- 

domandiamo al popolo

nessuno dice -io non c’ero-

-non lo posso sapere-

-è difficile inventarsi queste cose-

-povera figlia!-   

-io non c’ero no io non c’ero-

si spengono le luci

ancora una volta 

è stato violato quel patto sociale

quella miracolosa empatia

che accompagna la società organizzata

dove si agisce con la solidarietà

organica e non degli organi

si approfondisce doverosamente

rigorosamente carte alla mano

indicandole senza stancarsi

carte carte con le responsabilità

che devono essere rigide

accertate in qualsivoglia sede.

per favore spegnete le luci

e anche quelle parole

sono abusate e  oscene

come le cattive coscienze.   

lucifero schiantato

un labirinto oscuro

il niente tra vita e morte

il vuoto dolente

dove le parole si perdono nel farsesco

nel nulla ripetuto e sfregiato

è l’inganno della condizione

dell’uomo-demonio

quando si banalizza il male

la parola  del bene il sapore  del giusto

eliminati l’onore l’integrità

cori di suoni scimmieschi

di occhi roteanti di fiati roventi

tappando con le dita il foro giusto

la musica è rumore indistinto e molesto

di Lucifero funzionario di Dio

che rendicontava i peccati

tra la ruralità delle leggi

ora servente dell’uomo

confidando le astuzie

spaesato sobrio smarrito

dialogando con poeti e predicatori

disarcionato schiantato 

dolente alla disperata ricerca

della sua ragione di esistere.

il porco

appuntamenti precisi stagionali annuali

veniva il tempo della vendemmia

delle pulizie di primavera 

delle benedizioni delle case

delle conserve e del porco 

tra la frenesia degli adulti

l’eccitazione dei bambini

relegati  in alto sulle scale

in platea si apprestava il patibolo

il porco trascinato dalla stalla

per il labirintico percorso che si snodava  a imbuto

curioso della novità della giornata

la festa speciale la sua  festa

grugnendo scalciando resistendo alla corda

cercando una via di fuga

bloccato a uno dei ferri arrugginito

fisso impenitente nel muro

segno di antiche masserie

il muso volto al massiccio di legno impenetrabile

un rudimentale ceppo posto su assi di legno

coltelli e segaossa di varie  misure

piccoli lampi d’acciaio delle lame

la superficie del destino la futura infermità 

le incitazioni a tenere carcerato il porco

qualche bambino veniva strattonato

e sgridato poi allontanato

la muraglia umana tenebrosa urlante

senza intuizioni del dolore

senza alcun inchino alla commozione

senza alcun ripensamento all’ineluttabile

lo scorrimento del sangue

alla prima  scientifica pugnalata al collo

il boia nella sua parte non può sbagliare

il sangue ruscella zampilla si riversa

non deve avere grumi

deve scorrere fino all’ultima goccia

deve purificare la carne

il bottino del popolo deve essere

uno sfregio al nemico un urlo terrificante

il tempo delle indulgenze è finito

nessuno è innocente tra leccornie da farsi

cedro  arancia candita uvetta vaniglia e latte

un banchetto di dolcezze per soffocare

l’odore del sangue viscido caldo nauseabondo

che accompagna la vita ma lottizza la morte.

il bambino che dona il suo cuore

siamo qui per uccidere la guerra

un giorno questa lussuria umana

s’inchinerà al suono di una chitarra

si può scatenare la pace

forse forse

una gratitudine pulsante che nasce

da lacrime di un unico cuore impastato

di ragioni contrapposte radicate

che seppellisce nelle comuni zolle innocenti

figli prima dei padri

un piccolo cuore che impazzendo di vita

decide di non farsi inchiodare dalla storia.

pietà filiale

Pietà! Pietà!: forse,  invocavano coloro che venivano puniti con la legge mosaica.

I cristiani l’hanno abiurata dopo l’avvento di Cristo che, da saggio, ha optato per la Giustizia.

Giustizia che non è, non può essere, il “porgi l’altra guancia” (come “interpretata” dalla Chiesa per il popolo) ma,  abbi fede nella giustizia che saprà condannare i “peccatori” alla giusta pena.

Le cronache ci raccontano fatti osceni. Si pensa, alcuni hanno scritto, che l’uomo sia creativo e fantasioso perfino nella crudeltà.  Eppure, soltanto gli uomini traggono piacere dall’assoggettare, umiliare,  frodare e uccidere altri esseri viventi.

Confucio  – già nel 479 a.c. –, nei suoi insegnamenti,   sollecitava gli uomini ad avere  armonia e  compostezza; perché, degnamente, potessero diventare esseri sociali.

Primaria,  la pietà filiale indirizzata a prendersi cura dei genitori, a curare gli anziani;  proteggerli, portando loro non solo cibo   ma,   rispettandone la dignità.  

Pietà! Pietà! : le immagini di quel lager dove aguzzini abusavano picchiavano,  maltrattavano, ingiuriavano, infliggevano umiliazioni, ai ricoverati ci ha sopraffatto.

Quelle immagini, restituendoci la versione indegna degli esseri umani,  ci costringono ad interrogarci.