una richiesta di amicizia

preferisce non chiamare per una richiesta di amicizia

raffinati intrecci di poteri logori vecchi e polverosi

ulteriori e stantii tentativi di agganciare

la fiducia che si affida che non dubita che non mente

qualcuno ha perso inesorabilmente

non posso conoscere la mia o la vostra sorte

conosco solo quello che vissi un ricovero

dopo un buio di mesi trasformato in un inferno

per stanarci per sapere dove avevamo un giaciglio

per blandirci per continuare per non fermarsi

ve ne dovete andare a Natale–   

un ordine senza onore dall’alto di nuovo

di mercenari del potere del soldo

lontani dai nostri salotti ricchi veramente ricchi

di ricordi idee effervescenze arte

l’atmosfera respirata frizzante caparbia

insieme spudorata irriverente a volte

c’era da consegnarla alla storia

ma può generare invidia tradimenti

desideri di distruggerla appropriarsene

mi ricordo che ti devo restituire una trapunta

una copertina che mi hai prestato

per il freddo di dove andavamo.

da “una stagione all’inferno” di Arthur Rimbaud

“Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti faccian brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria.  Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno.  Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano  i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare –per primi!- Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.”

a Franca Rame

alla fine Franca aveva dovuto

mostrare plasticamente il dolore

sulla scena la sua voce franta

il suo coraggio esposto esibito 

il dolore che lacera che in ultimo

esige di uscire allo scoperto

un lungo monologo

dove la ferita personale diventava un urlo

la denuncia di quella ferita sociale

che colpisce tutte le vittime

un urlo che rivive la violenza

quando la negazione l’aberrazione

non possono essere espresse

in nome del popolo italiano

semplicemente “secondo noi

allora le parole diventano

stupro collettivo stupro accademico

chi parla ha gli strumenti di valutazione

deve conoscere antropologicamente il dolore

deve conoscere le categorie del giusto delle leggi

che consentono obbligano avvertire doveri

di non essere irridente nella assurdità

di declinare il male riportandolo a categorie

in selezioni storiche tacendo

che gli stupri sono le prime offese

recate alla integrità di una comunità

bambini o fanciulli o donne

belle o brutte o vecchie o adolescenti o adulte

sia in pace che in guerra

una sentenza può diventare una confessione

di negligenza di ordinariato da cortile

da combattere nelle pericolose derive

una soggettività che affida

il suo destino a una denuncia

è una molteplicità che aspetta risposte.

viva la f…

va in scena il pruriginoso

come farsi ascoltare

quando nelle aule di un tribunale

la tua posizione viene offesa,

derise le tue ragioni

 c’è quel reato ma è stato depenalizzato,

c’è quel vecchietto ieratico

ma non deve parlare

serve serve per insinuare 

se parla non conosce i tempi televisivi

la sua spiegazione pacata è interrotta

è isolata come lo hanno isolato esiliato .

la tv macina le ragioni

qualcuno deve averle detto di un salotto

dove piangono le dive

non di uno studio televisivo impietoso  

importante è fare spettacolo

due ore a trattenere un pubblico

che crede si parli di fatti umani

o abusi di posizione

ma ne è solo la farsa

l’aberrazione delle menti

la trigonometria immorale

con calcoli di valori

elementi vomitati ammiccati

la lettura continua del messaggio

la f… con fiorellini di sospensione

serve a sottolineare sintomi di scopofilia

la ragazza reagisce

non è passiva come vuole far credere

ci vedrei una aggressività

dalla quale difendersi

qualcuno si è dovuto difendere

-e sì siamo uomini- 

 -a volte una doccia fredda e tutto scivola via- 

la prova  la prova c’è  o non c’è

ci sarebbe ma non si sa dove sia finita

è stata consegnata forse agli atti

bisogna che si recuperi

-la f… la f… è stata mostrata?-

-la f… è stata leccata?

-il c… il c… è stato palpato?- 

domandiamo al popolo

nessuno dice -io non c’ero-

-non lo posso sapere-

-è difficile inventarsi queste cose-

-povera figlia!-   

-io non c’ero no io non c’ero-

si spengono le luci

ancora una volta 

è stato violato quel patto sociale

quella miracolosa empatia

che accompagna la società organizzata

dove si agisce con la solidarietà

organica e non degli organi

si approfondisce doverosamente

rigorosamente carte alla mano

indicandole senza stancarsi

carte carte con le responsabilità

che devono essere rigide

accertate in qualsivoglia sede.

per favore spegnete le luci

e anche quelle parole

sono abusate e  oscene

come le cattive coscienze.